Il Progetto

L’Irno Etno Folk Festival vede la partecipazione di due partner istituzionali che contribuiscono, ciascuno per la propria specificità e mission, ad arricchire l’offerta turistica del territorio.

I Comuni di Fisciano e di Calvanico, oltre ad essere limitrofi, presentano peculiarità paesaggistiche, naturalistiche, culturali, funzionali e tematiche, strettamente e sinergicamente integrate ed attrattori culturali e naturali che hanno bisogno di una valorizzazione armonica. La sinergia fra i due soggetti ha prodotto una proposta integrata e strutturata sia per i cittadini che intendono approfondire la conoscenza del territorio e fruire delle sue ricchezze, sia per i visitatori alla ricerca di luoghi di cultura, di tipicità e di bellezze naturali.

La procedura con cui sono organizzate le risorse del territorio ricalca quella di una condivisione di pratiche e metodologie di intervento, allo scopo di dare omogeneità all’evento e facilitare, il più possibile, lo svolgimento di attività complesse che tengono conto delle specifiche esigenze delle realtà locali, gestibili in modo organico, secondo un approccio partecipativo. Il progetto interseca interventi e sedi di attuazione, prefigurando un circuito unitario che prevede luoghi, temi e attori diversi che coinvolgono il cittadino/turista lungo un itinerario ricco di offerte, alla scoperta del patrimonio naturalistico-storico e culturale del territorio.

Il progetto propone quindi un mix di azioni che vanno dallo sviluppo dell’offerta turistica con eventi speciali e varie iniziative, allo sviluppo della qualità dei servizi culturali.

L’Irno Etno Folk Festival (IEFF) mira al rafforzamento dell’immagine turistica del territorio dell’area Fisciano – Calvanico, valorizzando gli aspetti consolidati nel tempo, in quanto territorio con risorse culturali, materiali e immateriali, con forti specificità locali. La partnership si ripropone di creare un evento singolare, che trova la sua unicità nell’accattivante gioco tra arti e territorio.

L’iniziativa riesce ad aprire una vetrina di carattere locale, nazionale ed internazionale sul territorio di riferimento e, in generale, sulle aree interne nella splendida cornice del Parco Regionale dei Monti Picentini, mirando a sostenere un turismo di qualità e a realizzare una moderna e integrata attività di valorizzazione del patrimonio culturale, che guardi alle risorse turistico – culturali “minori”, in una perfetta fusione tra arte, natura ed enogastronomia dell’entroterra della Valle dell’Irno.

Gli obiettivi che si intende raggiungere sono la valorizzazione del patrimonio naturale-ambientale, storico-culturale ed enogastronomico locale e la promozione del territorio come destinazione turistica.

Il Festival troverà il suo carattere particolareggiato in un mix di eventi che contribuiranno a promuovere la musica e le arti dello spettacolo tradizionale, rappresentate in forma ambulante, animare il territorio con eventi culturali e iniziative artistico-musicali, sviluppare l’offerta turistica attraverso attività di promo – commercializzazione e attività generali di comunicazione.

Il Festival costituirà per i partecipanti alla ricerca di esperienze nuove ed uniche, in un mix di bisogni emozionali incentrati sul vivere e non semplicemente sul visitare luoghi paesaggistici e naturalistici incontaminati, un veicolo di conoscenza di un territorio caratterizzato da importanti risorse sin ora poco valorizzate, come l’OASI naturalistica di Frassineto nel Parco Regionale dei Monti Picentini, il Museo della civiltà silvo-pastorale, la grotta – Santuario di Sant’Angelo de Panicola detta anche San Michele di Basso o di Mezzo, il Santuario sommitale di Pizzo San Michele, la Nocciola tonda di Gaiano e le altre tipicità culinarie locali.

 

Curatore Scientifico

Alfonso Conte

Docente di Storia Contemporanea, Storia del Mezzogiorno e Identità Territoriali presso l’Università degli Studi di Salerno. Studioso ed esperto della storia e delle tradizioni locali nel Mezzogiorno, dei simboli e delle manifestazioni pubbliche in Provincia di Salerno e dei sistemi di sviluppo economici, urbanistici e turistici locali in Campania.

Direzione Artistica

Giovanni Mauro

Leader del gruppo di musica etno folk Terraemares.

Alessandro Mauro

Fondatore dei Terraemares

Ciccio Nucera

Musicista della tradizione popolare grecanica, leader dei Cumelca.

Responsabile del Progetto

Nicola Prudente

Responsabile Unico del Procedimento

Gaetano Pecoraro

Il Territorio

Comune di Fisciano

Fisciano è situata a 315 m sul livello del mare; comprese le 10 frazioni e le contrade minori, conta circa 13.800 abitanti, è ricca di palazzi gentilizi ed ospita un Monastero di Suore Carmelitane di clausura. Incastonato nel verde della “Valle dell’Irno” e guardato dai contrafforti dei giganteschi dirupi di calcare stratificato dei monti Picentini, per la sua collocazione geografica di crocevia tra le province di Avellino, Salerno e Napoli e di confluenza delle valli della Solofrana, dell’alto Sarno e dell’Irno, il territorio di Fisciano è stato abitato fin dal Paleolitico. Il toponimo deriva da fitsanus (diventa sano chi vi soggiorna), per la salubrità dei posti, l’ottima aria, che vi si gode, essendo situato in un colle. Il suo territorio è atto alla semina e alla piantagione. Vi sono castagneti, vigneti e querceti. Non manca la caccia. Altre ipotesi fanno riferimento invece a fiscus ad Janum di età imperiale, ossia luogo per conservare il fiscus, il denaro raccolto nel tempio di Giano (chiesa di San Pietro Apostolo). Famosi i soggiorni di Marina d’Aragona a Penta e di Papa Gregorio VII nelle grotte del Santuario di San Michele di Mezzo. Le prime notizie documentate della località Fisciano risalgono al 977, in un atto di concessione di terre che, appartenenti alla Chiesa di S. Massimo in Salerno in loco fisano finibus rotensibus, passarono a Giovanni presbitero. Dopo i Longobardi, si stabilirono nella zona i Normanni (nel 1066 circa), che annetterono il territorio di Fisciano allo Stato dei Sanseverino. In tale periodo l’intero territorio conobbe un certo sviluppo agricolo, commerciale ed artigianale, tant’è che ogni località cominciò ad essere conosciuta per l’attività che vi si esercitava (a Fisciano c’erano i ramai; a Lancusi gli armieri; a Penta i sarti ed i mascaturai) e visse la sua stagione più feconda vedendo il suo territorio fiorire di ville patrizie e laboratori artigianali di chiara fama in tutto il Regno aragonese di Napoli. Con il declino della famiglia San Severino, Fisciano fu ceduta ai Caracciolo di Avellino ai quali restò fino all’eversione feudale. Con la soppressione della feudalità e la riorganizzazione amministrativa del Regno di Napoli, Fisciano divenne Comune autonomo, nel 1810: nacque su un vasto territorio, comprendente 11 frazioni, boschi, amene campagne, faggeti e castagneti. Tra i tanti cittadini, che in seguito diedero lustro al nuovo Comune, si possono menzionare Carlo Nicodemi (1615-1694), vescovo di Marsiconuovo; il pittore Michele Ricciardi (1672-1753), formatosi alla scuola del Caravaggio e le cui opere si trovano in diverse chiese del Salernitano e dell’Irpinia; Pietro Sessa, patriota carbonaro (1788-1828); Rubino Nicodemi, matematico (1850-1929); Carlo Alberto Alemagna, filosofo e pedagogista (1864-1927); Raffale Ianniello, generale (1888-1941); Rocco Galdieri (1878-1923), autore di famose canzoni napoletane e riviste teatrali. Un primato lo vanta la frazione di Lancusi – rinomata nel XIX secolo per la lavorazione di armi e coltelli -dove nella Reale Manifatturiera dei Piastrinai dei Borbone, Giovanni Venditti inventò la prima pistola automatica mentre era estremamente fiorente in tutto il territorio comunale la lavorazione del rame artistico, del ferro (con la produzione di serrature, chiavistelli, bilance di precisione, cancelli, letti, maniglie), del legno e della ceramica, nonché la produzione della pasta secca (con 5 pastifici attivi fino agli anni 20). I siti degni di menzione sono il Palazzo De Falco, il Monastero delle Carmelitane di S. Giuseppe (1600), che conserva uno splendido pavimento di maiolica, la chiesa della Congrega del SS. Rosario a cui si accede attraverso una sontuosa scala a due rampe, la chiesa di San Vincenzo Ferreri (1700), le antiche botteghe dei ramai di Via Pendino.

 

Frazione di Lancusi

Lancusi è la maggiore frazione del comune di Fisciano. Anticamente chiamato Lanciusi, il nome potrebbe derivare dalle attività che svolgevano i propri abitanti, cioè quelle di costruttori di lance, di armi bianche prima e poi di quelle da fuoco. Non si hanno notizie certe prima del 1309. È proprio nel 1309 che l’abate di Satignano è nominato rettore della chiesa di San Martino de Lanciusi. Nel 1367 compare per la prima volta il nome di Casale di Lanciusi. Lancusi fu una baronia, sorta intorno alla Confraternita, cioè la chiesa di San Giovanni Battista, per superare agglomerati di corti e casali sparsi, priva però di un vero castello o di una rocca che ne assicurava la difesa. Per tutto il Cinquecento, il borgo di Lancusi visse un periodo tranquillo sotto i De Ruggiero. Nel XVI secolo iniziò la costruzione del Palazzo Barra. Camillo Caracciolo, feudatario del luogo dal 1596, il 7 marzo del 1608, acquistò per 11.000 ducati, dal Consigliere Scipione De Curte, il Casale di Lancusi con il palazzo fortificato. Questo edificio gentilizio sotto i Caracciolo conoscerà un periodo di fasti e di ricchezza e, il 14 settembre del 1741 vi nascerà Giovanni Caracciolo, il papà del principe Caracciolo di Avellino, feudatario anche di Lancusi. Nel Palazzo Barra vi dimoreranno Francesco Marino II Caracciolo (il nonno di Giovanni) e successivamente Diana Caracciolo di Avellino. Nel 1763, nel Palazzo Barra venne installata la Reale Manifattura dei Piastrinari. Lancusi diventò un importante centro per la produzione delle armi e vi furono grandi maestri artigiani che raggiunsero una tecnica invidiabile in questo settore. La Reale Manifattura dei Piastrinari, retta da un amministratore militare del reparto dell’artiglieria fabbricava il famoso acciarino “alla michelatta”, un particolare meccanismo a molla che accendeva la carica di lancio. Nel 1816, Lancusi fabbricava cento acciarini finiti ogni settimana e la fabbrica era presidiata da un distaccamento militare giorno e notte. Nel 1840 la fabbrica cessa di produrre armi e il palazzo Barra nel 1853 venne ridimensionato: infatti ne fu abbattuta un’ala e, successivamente, con il frazionamento della proprietà il palazzo, sorto come dimora gentilizia, fu fittato alla gente del posto.

 

Frazione di Penta

Situata a 260 m sul livello del mare (con 1.481 abitanti), è una frazione i cui primi insediamenti sono antichissimi, in virtù della presenza di sorgenti e corsi d’acqua. Il suo toponimo deriva o dalla pendenza dovuta alla configurazione geografica (“parte scoscesa di colle”) o dalla presenza di 5 porte nel paese (Porta Coeli, Porta S. Anna, Porta S. Rocco, Porta Lauria, Porta di basso Penta, detta “o’ vuccuo”). La notizia documentata più antica della località si ritrova nel Codex Diplomaticus Cavensis del 1011, da cui si rileva che Penta e Fisciano rientravano nei confini rotensi, ossia appartenevano al gastaldato longobardo di Rota (Mercato S. Severino), sotto la giurisdizione del Principato di Salerno. Successivamente subentrò lo Stato di Sanseverino, retto dai Sanseverino di Marsico, una delle più potenti famiglie feudali del Regno di Napoli e dell’Italia meridionale. Nel 1140 i Padri Verginiani presero possesso del monastero dedicato a S. Andrea, fondato probabilmente dallo stesso Patriarca dei Verginiani, S. Guglielmo da Vercelli. La presenza dei Verginiani influì molto sulla coltivazione di erbe medicinali e sulla costruzione di opifici. Tanto più che nel XIV secolo Penta divenne uno dei centri più importanti della Congregazione. Le prime notizie sulle due chiese di Penta – quella di San Bartolomeo e quella di S. Maria delle Grazie – risalgono invece al 1309. Mentre nel periodo aragonese (XV-XVI secolo) Penta acquisì notevole importanza, per la presenza dei notai Paolo de Ansalone e Masullo de Riccardo e perché ospitò la Principessa Marina d’Aragona, zia del futuro re di Spagna, Carlo V. A tale periodo risale anche la costruzione di numerosi palazzi gentilizi, per la corte e per ospitare delegazioni diplomatiche. Ma purtroppo, nel 1583, Penta seguì le sorti di tutti i casali dello Stato dei Sanseverino e, venduta da don Ferrante Gonzaga, passò prima al Duca di Nocera, Ferrante Carafa e poi ai Caracciolo. Nel 1656 venne colpita da una terribile pestilenza, durante la quale si diffuse il culto di San Rocco, eletto santo patrono del paese. Agli inizi del XIX secolo, in seguito all’emanazione delle leggi eversive del 1809, il cenobio dei Padri Verginiani venne chiuso e venduto a Vincenzo D’Anna, che lo trasformò in dimora signorile, per poi rivenderlo al ricco inglese Lord Crafen. Durante il decennio francese (1808-15), con la soppressione della feudalità e la riorganizzazione del Regno di Napoli, Penta divenne frazione di Fisciano.

 

Santuario di San Michele di Mezzo

Il Santuario di San Michele di Mezzo, in località Carpineto, a circa 500 metri di altezza sul livello del mare, risale al 600. Al tempo offriva rifugio ai pellegrini che valicavano il monte percorrendo la via devozionale, i quali siglarono il luogo che fungeva da ostello con pitture rupestri piuttosto grossolane, disposte in triplice cinta, denominate “quadrilli”, perché successivamente incorniciate come piccoli quadri per mantenerne memoria e testimonianza. Le grotte di Michele venivano utilizzate per l’incubatio, pratica di guarigione che serviva a incanalare visioni o sogni benefici.

Il romitorio originario è ubicato in una grotta naturale dove fu realizzata una cappella ipogea in cui si praticava il culto dell’Arcangelo Michele, il santo guerriero, patrono prima dei Bizantini e poi dei Longobardi e protettore dell’acqua, di cui il territorio dei Monti Picentini è molto ricco. La grotta di San Michele, di sicura origine carsica, pare essere forse il più antico luogo di culto dedicato all’Arcangelo delle nostre zone: essa si compone di due cavità, di cui la prima sopraelevata rispetto alla seconda e di più recente attribuzione, mentre una bella scala tortile fa accedere al secondo sito, che ospita un’icona di Maria Odigitria (Colei che indica il cammino), immagine di chiara origine bizantina come bizantini dovevano essere i monaci che praticarono i primi culti in questa grotta, probabilmente dopo essere sfuggiti agli Arabi che avevano invaso la Sicilia. Ecco perché alcuni storici locali avanzano l’ipotesi che la fondazione possa risalire all’epoca Bizantino-Normanna. Di certo doveva già esistere intorno all’anno 1000, perché vi fece visita Papa Gregorio VII durante il suo esilio a Salerno.

Il complesso di San Michele di Mezzo data la semplicità e le piccole dimensioni della sua cavità, fa supporre che sia stato un piccolo oratorio campestre attorno a cui è poi sorto il santuario per garantire il controllo dei beni agricoli e produttivi della valle. La chiesa fu iniziata tra la fine del 700 e l’inizio dell’800: scritti del 1822 documentano i lavori ancora in atto nel santuario, mentre un’iscrizione incisa sul sagrato della chiesa ne testimonia la data di ultimazione: MAGNE AMABO 1843. L’attuale chiesa è sotto il titolo di “S. Angelo in Panicola”, tale nome deriva dal fatto che la zona era probabilmente coltivata a miglio, o speltra, che rappresentava il piatto più importante dell’alimentazione del territorio. Panicola deriva dal latino “panicum” o “panicium” che indica appunto la specie vegetale “panicum miliaceum”, meglio conosciuta col nome di miglio, oggi utilizzata per l’alimentazione animale, ma che in passato era stato largamente usato per l’alimentazione umana e che oggi è impiegato in alcuni piatti tradizionali o rituali, conosciuti col nome di “migliaccio”. Con l’arrivo dei Longobardi, l’Angelo del Panìco si è fuso con l’Arcangelo Michele, diventando S. Michele di Basso, venerato nella grotta sotterranea.

Attraverso la rampa che immette nella chiesa diventa poi S. Michele di Mezzo, detto così per distinguerlo dall’altro santuario di S. Michele di Cima, che si trova a 1567 metri s.l.m. formato da una cappella di origini remote, a cui intorno al 1950 fu affiancata una chiesa più grande. All’interno vi è anche un rifugio con focolare e depositi che è sempre aperto per i fedeli che si recano in pellegrinaggio. Questo percorso tra i tre siti in cui si venera l’Arcangelo Michele rappresentava una sorta di viaggio purificatore per i pellegrini che scendevano nella grotta (S. Michele di Basso) che simboleggiava la discesa negli Inferi, poi ascendevano alla chiesa superiore (S. Michele di Mezzo) che rappresenta una condizione intermedia di purificazione, e infine arrivando sulla cima del monte (S. Michele di Cima), purificavano il loro spirito e si sentivano sicuramente più vicini a Dio. Dopo un periodo di declino che ha condotto al quasi completo abbandono del complesso, nel 2011 il Santuario è stato restaurato e riaperto al pubblico. Lungo la strada che conduce al santuario sono collocate le 12 edicole della Via Crucis che segnavano l’antico sentiero. La tradizione vuole che l’ascesa al santuario avvenga 2 volte l’anno: il lunedì in Albis e il 29 settembre, data in cui il santuario è meta di una processione che vede i fedeli raggiungere a piedi il luogo di culto portando sulle spalle la statua del santo.

Oasi naturalistica di Frassineto

L’area naturalistica “Frassineto” si estende su una superficie di circa 90 ettari, è ricoperta interamente da bosco ceduo avviato ad alto fusto e deve la sua denominazione al frassino, largamente presente. Essa è ubicata per la maggior parte nel territorio di Calvanico e per la restante parte nel territorio di Fisciano. Dista circa 15 km da Salerno ed è situata ad un’altitudine media di 650 metri nella fascia di territorio tra le zone boscate dette “Acqua dei faggi” e “Costa della traversa”, sulla pendice occidentale dei Monti Picentini. È percorsa da quattro sentieri e al suo interno sono presenti spazi attrezzati, aree per la sosta e punti di osservazione della natura, con tavoli e panche in legno. In prossimità dell’ingresso all’Area è stata costruita una casetta in pietra in stile tradizionale, all’interno della quale, dal 1997 è stato completato l’allestimento di un piccolo museo della civiltà silvo-pastorale. Periodicamente, nell’Area si attuano iniziative di vario genere che coinvolgono cittadini e scolaresche quali: escursioni, visite guidate, manifestazioni a sfondo ecologico, didattiche, folkloristiche e sportive. Diverse sono poi le attività che è possibile svolgere all’interno dell’Area: trekking, fotografia naturalistica, studi naturalistici, footing, cicloturismo, birdwaching. Il circolo Legambiente “Valle dell’Irno” con la collaborazione dei suoi volontari, organizza costantemente, sin dal 1990, visite guidate per gruppi organizzati e per scolaresche, all’area naturalistica, al museo silvo-pastorale allestito nell’area e lungo i sentieri didattici dove vengono illustrati i contenuti di tutte le schede e tabelle istruttive presenti.

L’Oasi è location di escursioni naturalistiche e fattorie didattiche.

 

Comune di Calvanico

Calvanico è un modesto centro abitato situato ad un’altitudine compresa tra i 400 e i 500 mt. sul livello del mare. Gli abitanti sono all’incirca 1.300 dislocati in tre diversi rioni: Capo Calvanico, Mezzina e Piedi Calvanico. Si coltivano castagne, nocciole, olive e si continua l’orticoltura e la pastorizia. Dai Catasti Onciari, dei secoli compresi tra il XVII e XVIII, si evince che erano sviluppate le attività di molino, produzione di veli negri, trattore di seta, carbonaro, scarpellino, piperniero, stuccatore (della quale attività i calvanicesi sono stati emergenti in tutta l’area regionale). Il territorio è ricco di sorgenti perenni. Si conservano memorie dell’attività prevalente, quella pastorale, con grotte e ripari sotto roccia; una cava per l’estrazione del tufo e altre aree per l’estrazione del travertino locale (oggi in disuso). Le tracce antiche della presenza umana risalgono all’Età del Bronzo medio con il ritrovamento di vasellame (ciotole e olle). La posizione di Calvanico, come luogo di transito verso l’antica Rota, ha segnato la presenza e l’insediamento di diverse civiltà tra le quali: i Piceni, i Greci, i Romani, i Sanniti e per finire gli Arabi della vicina Giffoni, compreso gruppi di ebrei rifugiatisi per le continue persecuzioni a partire dal XVI secolo. Negli atti del Codice Diplomatico della Badia di Cava dei Tirreni (SA) del 1009 (DCXVII) compare per la prima volta il toponimo del luogo Calvanico. Il territorio conserva nella radice del toponimo l’identità del suolo: un’area quasi spoglia di vegetazione d’alto fusto, con frequenti aree di frana per la presenza di calcare e di dolomie. La radice “cal” sta ad indicare l’instabilità del suolo. Le vicende storiche di Calvanico sono comprese in quelle della vicina Rota, come si rileva negli anni presi in esame in questi primi documenti e in uno dei Catasti Onciari, quello del 1755. Sarà aggregata, come frazione, alla vicina comunità di Fisciano fino al 30 marzo 1829, data in cui con Regio Decreto diviene comune autonomo.

Di grande pregio storico è la Chiesa Madre dedicata al SS. Salvatore, in stile neo rinascimentale del 700, al cui interno vi sono ancora stucchi pregevolissimi delle scuole artigiane di Calvanico, oltre a tele del Solimena, del Mozzillo e ad una pala di Giovanni Bernardo Lama del XVI secolo.

All’ingresso della navata di destra vi è il deposito marmoreo di Carlo De Alessio del 1605; in prossimità dei vari altari vi sono lapide di sepolture di personaggi vari. Altro sito caratteristico è l’eremo-santuario-rifugio di Pizzo S. Michele e i quadrilli (pitture rupestri che rappresentano l’Arcangelo).

Calvanico è immerso nel verde dei monti e il territorio comunale è ricco di noccioleti, castagneti, boschi cedui, cerreti e faggete.

 

Eremo-santuario di San Michele

Pizzo San Michele (1.567 m s.l.m) è una montagna dei monti Picentini nell’Appennino campano, sulla cui cima si trova il santuario di San Michele che custodisce il primato di “eremo più alto in Italia” come luogo deputato al culto aereo di San Michele, risalente al V-VI secolo. Si trattava anticamente di una grotta-eremo dove i pellegrini che necessitavano di un riparo dalle intemperie, per sé e per la propria soma, si fermavano per chiedere all’Angelo la remissione dei peccati e delle malattie attraverso l’acqua che dalla sorgente scaturiva. Quando la testimonianza scritta non era nelle possibilità del pellegrino/viaggiatore verso le grotte sacre, si ricorreva ai “signacula”, propriamente un sigillo/segno, lasciato a testimonianza della venuta nel luogo e come segno di comunicazione per gli altri pellegrini che seguivano i percorsi verso i luoghi dedicati all’Angelo.

I cittadini calvanicesi dediti alla caccia del cinghiale raccontano dell’esistenza di un sentiero che collega la Grotta di San Michele de Panicola (di Basso) con la sorgente denominata “Carpegna” dove in origine c’era un piccolo riparo nella roccia. L’unico documento, fino ad oggi rinvenuto, che parli della chiesetta santuario sulla cima dell’attuale Pizzo San Michele è datato 1677.

Accanto ad essa, poi, si erge un rifugio con camino, dove gli escursionisti possono riposarsi e trascorrere la notte.

Grazie ad un Comitato Permanente di devoti, il complesso cultuale dell’Angelo, divenuto nel corso dei secoli foresteria e santuario, viene di anno in anno, consolidato, ampliato in servizi e reso agibile per tutti i pellegrini che, da più di millecinquecento anni, dalle valli giungono in processione nei giorni 6, 7 e 8 maggio a ringraziare San Michele.

Lungo il percorso, un sentiero ben tracciato e sempre pulito, si incontrano tre stazioni che fungono da tappe durante le processioni religiose e dalle quali, affacciandosi ai balconi naturali, si può ammirare un panorama davvero incredibile sulla valle dell’Irno. Solo dalla vetta si ha una visione a 360° su gran parte della Campania: di fronte all’ingresso del santuario appare, quando il cielo è limpido, il Vesuvio col Monte Somma; voltando lo sguardo a destra si incontra il massiccio del Partenio e ai piedi si vede parte della città di Solofra; a sinistra, invece, appare Salerno ed il suo golfo; alle spalle, infine, un’immensa distesa di curve verdi, sono i Monti Picentini.

 

LE TIPICITÀ

La tammurriata

La cultura della musica popolare si pone come il tentativo sia di fornire strumenti di “decodifica” di una cultura “altra”, sia di valorizzare la cultura popolare agli occhi degli stessi portatori della tradizione, invogliando soprattutto i giovani a non recidere i legami con la propria storia, le proprie radici, la propria musica, la propria danza, il proprio modo di rapportarsi con il mondo, la propria identità. La tammurriata è una danza tradizionale della Campania, inclusa nella famiglia della tarantella meridionale, di cui costituisce uno specifico e originale sottogruppo. Rappresenta il ballo contadino per eccellenza: la maggior parte dei gesti coreutici eseguiti sono tratti dal lavoro quotidiano come ad esempio la simulazione dell’atto del vangare, seminare, etc. oppure si tratta di gesti di imitazione degli animali, soprattutto gallinacei. Ma questi gesti così carichi di simboli che rimandano alla terra, alla primavera, alla vita contadina ed al raccolto, vanno interpretati anche secondo una chiave di lettura strettamente connessa alla morte ed al sesso. Non bisogna dimenticare difatti che il ballo sul tamburo è principalmente un ballo di corteggiamento, quindi le varie posizioni assunte dal corpo, in particolar modo delle mani, delle braccia e delle gambe, esprimono chiaramente diniego o consenso nei confronti dell’altro. Il ballo trae il nome dal tamburo (detto anche “tammorra“). La “tammorra” è un grande tamburo a cornice dipinta con sonagli di latta, con possibile accessorio addobbo di nastri o pitture policrome e campanelli. Altri strumenti possono accompagnare lo strumento solista e la voce umana, maschile o femminile, che viene modulata secondo tecniche e stili particolari. Questi strumenti sono:

  • “Putipù“ o “Caccavella”: tamburo a frizione;
  • “Triccheballacche“: martelli ritmici lignei intelaiati con sonagli;
  • “Scetavajasse“: bastone dentato con sonagli metallici strofinato da un bastoncino;
  • “Treccia”, costituita da campanelli di bicicletta;
  • Scacciapensieri;
  • Flauto dolce;
  • Doppio flauto a becco.

La gestualità che si riscontra nella tammurriata è tutta ritualizzata, cioè qualsiasi gesto che si compie assume un significato simbolico che può essere compreso appieno solo dagli stessi membri di quella comunità di cui la tammurriata esprime l’identità culturale.

 

Il ballo con le “mazze”

Le mazze (bastoni) erano usate un tempo come mezzo di difesa, erano utilizzate dai pastori durante il pascolo e dall’anziano come sostegno.

Esse richiamano le antiche lotte tra famiglie rivali e rappresentavano l’unico modo ritenuto degno, nell’epoca antica, di difendere l’onore e l’orgoglio tradito.

  1. Michele di Mezzo era il luogo di importanti e complessi rituali religiosi. Era usanza che il martedì dopo Pasqua (martedì in Albis), coloro che avevano scelto di trascorrere la “Pasquetta” nei pressi di S. Michele di Mezzo, dopo aver consumato “i cibi pascali” a base di carne e uova, si incontrassero con quanti ritornavano, a piedi, dal vicino Santuario dell’Incoronata di Torchiati. L’incontro culminava nel “Ballo con le mazze”, una sorta di “tammorriata” ritmata e violenta che richiedeva una notevole abilità nella sincronizzazione, da parte dei danzatori, dei passi e delle movenze con il battersi incrociato dei bastoni. Una sorta di “danza delle spade”, una “danza armata” che contrapponendo ritualmente – quindi simbolicamente – uomini di paesi e gruppi diversi, contribuiva in realtà alla loro integrazione mediante una prevenzione o risoluzione ritualizzata e danzata dei conflitti probabili o in atto.

Pur assumendo un carattere montano-italico, il ballo con le “mazze” ha radici profonde nell’area mediterranea, in Egitto, nel Sudan e trova un valido riscontro nella danza catalana del “paloteo”.

 

ANTICHI EVENTI E TRADIZIONI

 

Il volo dell’Angelo

Il culto dell’Arcangelo Michele ha origini antiche.

Tradizionalmente, l’8 maggio – che ricorda il giorno dell’apparizione dell’Arcangelo Michele nella zona – una statua raffigurante l’Arcangelo guerriero veniva portata, in discesa, fino a Carpineto dove soggiornava nella chiesa di S. Nicola. In seguito, la stessa statua era fatta risalire, in solenne processione, fino al Santuario “di Mezzo” dove si svolgeva il “Volo dell’Angelo”. Si trattava della sacra rappresentazione della lotta sostenuta dall’Angelo, impersonato da un ragazzino sospeso ad una carrucola (‘ngegno), che indossando gli abiti caratteristici dell’Angelo – una Lancia, un Elmo d’argento con tre penne delle quali due dorate, una Corazza e un Gonnellino rosso gallonato in oro – sconfiggeva il Diavolo, impersonato da un altro ragazzino vestito di rosso e con la faccia tinta dal “nerofumo” che incitava le statue e i fedeli a non entrare in chiesa. E proprio in questa occasione che l’Arcangelo Michele si trasforma in Angelo, assicurato ad una corda tesa all’altezza di dieci metri circa che attraversa da una parte all’altra la piazza antistante il santuario, per combattere l’ispiratore della discordia, della prepotenza e della superbia dell’Angelo della luce messosi a capo degli Angeli ribelli e divenuto il nemico di Dio e del bene.

Il volo dell’Angelo è senza dubbio una delle attrazioni più suggestive della zona perché fa presa sui bambini infondendo nei loro cuori il ricordo più indelebile del Sacro evento e sugli adulti, che avendo visto il dramma religioso quand’erano fanciulli, avvertono la nostalgia di rivedere ancora una volta quello che era rimasto impresso nei loro occhi da piccoli.

 

Antica lavorazione del rame

Fisciano vanta antichissime tradizioni nella lavorazione del rame e delle sue principali leghe. I suoi opifici, apprezzati e conosciuti sin dal Medioevo per la pregevole qualità dei suoi prodotti, la resero famosa in tutta la penisola, tanto da essere considerata uno dei maggiori centri artigianali della lavorazione di questo metallo. Moltissime famiglie dell’epoca, con le loro piccole imprese artigianali, vivevano lavorando il rame, un mestiere tramandato con tanta fatica e con straordinario talento da padre in figlio e che diede un notevole impulso allo sviluppo e al benessere di Fisciano. Anticamente la produzione locale, pazientemente ottenuta dai valenti maestri ramai, era costituita da caldaie e pentolame per uso domestico, da bilance a stoviglie in genere, da serrature a chiavistelli, nonché dalle famose armi di Lancusi. Successivamente, grazie alla bravura e alla fantasia di alcuni ramai, i più noti erano quelli appartenenti alla famiglia Celentano, la lavorazione del rame cominciò ad assumere, con la realizzazione di oggettistica e di lavori ornamentali, i caratteri di un vero e proprio artigianato artistico. Il capostipite della famiglia, Giuseppe Celentano, realizzando, a Penta, la formula della patinatura a fuoco che riportava sui manufatti la caratteristica patina dei reperti archeologici bronzei etruschi e pompeiani, divenne famoso in quasi tutto il mondo. Oggi è possibile ammirare questa antica arte nelle “Antiche Botteghe d’Arte del Rame”, dove i maestri ramai realizzano, a mano, pezzi unici, vere e proprie opere d’arte: anfore, piatti, vassoi, cornici, porta ombrelli, cappe per camini, portali di chiese, arredi sacri e tanto altro ancora.

 

TIPICITÀ GASTRONOMICHE

Melannurca

La Melannurca è una varietà pregiata di mela tipica dell’area di Fisciano, tale da essere considerata la “regina delle mele”. È presente in Campania da almeno due millenni. Alcuni dipinti rinvenuti negli scavi di Ercolano e, in particolare nella Casa dei Cervi, testimoniano la sua stretta connessione con il mondo romano e la Campania Felix in particolare. La raccolta di questi frutti, ancora acerbi, inizia intorno alla metà di settembre onde evitare che si decompongano cadendo al suolo in quanto caduchi. Subito dopo, inizia la fase di maturazione detta “arrossamento” con l’esposizione al sole per 10-15 giorni. Le mele vengono sistemate a terra sui “melai”, filari di graticci di paglia ricavata dalla trebbiatura e frequentemente girate a mano. Quest’ultima operazione era svolta, in passato, dalle donne. Nel marzo 2006, a livello europeo, la denominazione “Melannurca Campana” è stata riconosciuta quale Indicazione Geografica Protetta.

 

Nocciola Tonda di Gaiano

La coltivazione del nocciolo in Campania è antichissima. Numerose testimonianze si rinvengono nella letteratura latina, già a partire dal III secolo avanti Cristo, e da reperti archeologici, quali ad esempio alcuni resti carbonizzati di nocciole, esposti al Museo Nazionale di Napoli. La diffusione di questa coltura nel resto d’Italia sembra essere iniziata proprio a partire dalla Campania, tanto che già nel secolo XVII il commercio delle nocciole, in particolare verso altre nazioni, aveva una sua rilevanza economica. Le prime testimonianze della coltivazione della “Nocciola di Gaiano”, prodotto tipicamente salernitano, risalgono al Medioevo, ma è solo attraverso rapporti commerciali con il resto d’Italia e con l’estero, nell’epoca borbonica, che si venne a conoscere il valore distintivo della qualità di tale prodotto. Successivamente, nel Novecento, esso ha registrato un’espansione colturale proprio in relazione alla forte richiesta da parte dell’industria dolciaria. Il territorio dei Picentini e della valle dell’Irno, d’altra parte, è vocato naturalmente alla coltivazione del nocciolo in quanto questa pianta è presente da sempre nella zona allo stato spontaneo. Il terreno di origine vulcanica offre, peraltro, le migliori condizioni di fertilità, e in generale le proprietà qualitative della Tonda di Gaiano sono riconducibili proprio al fortunato mix di fattori ambientali, naturali e umani tipici della zona di produzione. La Campania è la prima regione italiana nella produzione di nocciole e, nella provincia di Salerno, il 90% circa della produzione è costituito dalla Tonda di Gaiano, così chiamata per la forma perfettamente rotondeggiante del seme. Grazie alla sua consistenza polposa idonea alla tostatura, alla pelatura e alla calibratura, anche per la pezzatura media e omogenea del frutto è particolarmente adatta alla trasformazione industriale ed è pertanto fortemente richiesta dalle industrie per la produzione di pasta e granella, nonché, come materia prima, per la preparazione di specialità dolciarie di grande consumo. Nell’area di origine è utilizzata come ingrediente nella preparazione di una variegata gamma di dolcetti tipici: dal croccante alle “scorzette”, dai cannoli alla crema di nocciola ai più classici Roccocò e finanche liquori alla nocciola.

 

Il mallone sciatizzo

Il mallone sciatizzo (sciatizzo deriva dal latino “satis” e significa bastevole, saziante) è un piatto povero della tradizione contadina, preparato con un misto di erbe selvatiche di montagna (carboncello, caccialepre, finocchietto selvatico, cicoria, ortica, scarolella, rosolaccio, borragine, tarassaco, cardillo, cerfoglio, luppolo selvatico) lessate, strizzate e poi rosolate in padella con patate lesse schiacciate con la forchetta (mantenendone così la granulosità) e con pezzi di pane raffermo; il tutto in un soffritto abbondante di olio extravergine di oliva, aglio e peperoncino.

Il mallone è una pietanza antica della cucina povera locale diffusasi in varie forme e varianti anche nell’Appennino campano limitrofo, servita solitamente con la “pizza di granone”. La pizza con cui si accompagna il mallone non è la classica pizza napoletana, ma un particolare impasto povero, di granoturco impanato, cotto tradizionalmente impacchettato sotto una coltre di cenere nei focolari domestici o sulla brace di forni in tegami di creta unti di sugna.

 

La melenzana al cioccolato

Le melanzane al cioccolato (Mulignane cu’ ‘a ciucculata) sono uno dei piatti tipici di Penta. Le origini di questa ricetta non sono certe, ma di sicuro sono antichissime. E’ molto citata dagli esperti di cucina napoletana ed è presente negli appunti di viaggio dei viaggiatori dei secoli passati che mettevano in risalto la bontà e l’originalità del curioso abbinamento tra le melanzane e il cioccolato. Probabilmente questa ricetta nacque nel convento dei frati francescani, dove i monaci preparavano le melanzane fritte, ricoperte da una salsa dolce e liquorosa. I frati diffusero la ricetta tra le comunità religiose della regione. Col tempo, poi, subì delle variazioni fino ad arrivare alla copertura con il cioccolato.

I Percorsi

PROGRAMMA

SABATO 8 OTTOBRE

ORE 8:30 Punto di raccolta Navetta parcheggio di fronte Comune di Fisciano

ORE 9:00 Ritrovo presso l’Oasi Naturalistica Frassineto

L’area Frassineto è percorsa da quattro sentieri (F1-F2-F3-F4) e al suo interno sono presenti spazi attrezzati ed aree per la sosta e punti di osservazione della natura, con tavoli e panche in legno.

ORE 9:15 Partenza per il sentiero F1 (L’escursione è seguita dalle guide di Legambiente Irno – ci saranno guide per il sentiero degli adulti e guide per il sentiero dedicato ai bambini per i quali sono inoltre previsti laboratori didattici).

ORE 12.30 Pranzo al sacco

ORE 13:30 Ritorno

 

Sentiero F1:

Si sviluppa ad anello con punto di partenza e di arrivo presso la casetta silvo-pastorale situata a 100 mt dall’ingresso del parco.

Da questo sentiero è possibile raggiungere il punto panoramico (il punto più alto di tutta l’area, 781 mt s.l.m.) inoltre lungo tale sentiero è stata allestita una cartellonistica didattica per la conoscenza delle specie arboree e per la comprensione delle principali funzioni del bosco (Sintesi clorofilliana, ecosistema bosco, struttura di una carbonaia, apparato linfatico di una pianta ecc.)

Sono state costruite inoltre, a scopo didattico: una carbonaia, una teleferica a gravità per il trasporto del legname a valle, un capanno realizzato con materiali presenti nel bosco, usato come rifugio dai pastori, è stata, inoltre, allestita una postazione per la conoscenza del mondo delle api, comprensiva di cartellonistica didattica.

Sempre lungo il sentiero F1 sono state predisposte attrezzature ginniche e schede d’istuzione  relative al percorso salute

 

Lunghezza percorso: ca 3.000 mt  (3 Km).

Larghezza: 2,50 mt

Tempo di percorrenza: 2 h circa

Dislivello: 70 mt

 

DOMENICA 9 OTTOBRE

ORE 9:00 Ritrovo a Carpineto (incrocio tra via San Michele e via R. M. Galdieri).

ORE 9:30 Partenza con le navette fino alla “Prima Cappella” e passeggiata a piedi verso il Santuario di San Michele di Mezzo.

ORE 11.00 Arrivo al Santuario e visita della grotta. Laboratori per i più piccoli.

ORE 12:00 Pranzo al sacco

ORE 12:30 Partenza e discesa a piedi verso Carpineto.

 

SABATO 15 OTTOBRE

ORE 8:30 Punto di raccolta Navetta parcheggio davanti Scuola A. De Caro di Lancusi.(Per i bambini)

ORE 9:00 Ritrovo presso l’Oasi Naturalistica Frassineto

L’area Frassineto è percorsa da quattro sentieri (F1-F2-F3-F4) e al suo interno sono presenti spazi attrezzati ed aree per la sosta e punti di osservazione della natura, con tavoli e panche in legno.

ORE 9:30 Partenza per il sentiero F2 (L’escursione è seguita dalle guide di Legambiente Irno – ci saranno guide per il sentiero degli adulti e guide per il sentiero dedicato ai bambini per i quali sono inoltre previsti laboratori didattici).

ORE 12.30 Pranzo al sacco

ORE 13:30 Ritorno

 

Sentiero F2:

Termina in un pianoro detto “Pioppaia”. Verso la metà del percorso, sulla destra, si dirama un piccolo sentiero che conduce ad una sorgente stagionale detta “Acqua del Sambuco” che sgorga da una stratificazione calcarea argillosa della roccia.

Lunghezza del percorso: 1.000 mt (1 Km)

Larghezza: 2,50 mt

Tempo di percorrenza: 40-50 minuti

Dislivello: 75 mt

 

DOMENICA 16 OTTOBRE

ORE 8:30 Raduno a Capo Calvanico presso la Chiesa di San Gerardo. (Via Cristoforo Colombo)

ORE 9:00 Santa Messa presso la chiesa di San Gerardo.

ORE 10:00 Partenza con le navette fino alla località “Carpegna” – (Per i bambini presenti laboratorio didattico presso Agriturismo durante il periodo in cui i genitori fanno il percorso).

ORE 11:00 Inizio della passeggiata verso Pizzo San Michele.

ORE 13:00 Arrivo e pranzo al sacco.

ORE 13:30 Discesa verso ”Carpegna”, dove sarà possibile tornare a Calvanico con le navette.

 

SABATO 22 OTTOBRE

ORE 8:30 Punto di raccolta Navetta parcheggio di fronte Comune di Fisciano

ORE 9:00 Ritrovo presso l’Oasi Naturalistica Frassineto

L’area Frassineto è percorsa da quattro sentieri (F1-F2-F3-F4) e al suo interno sono presenti spazi attrezzati ed aree per la sosta e punti di osservazione della natura, con tavoli e panche in legno.

ORE 9:15 Partenza per il sentiero F3 (L’escursione è seguita dalle guide di Legambiente Irno – ci saranno guide per il sentiero degli adulti e guide per il sentiero dedicato ai bambini per i quali sono inoltre previsti laboratori didattici).

ORE 12.30 Pranzo al sacco

ORE 13:30 Ritorno

 

Sentiero F3:

Si dirama a destra del sentiero F1 (in prossimità dell’ultima scheda didattica: rappresentazione linfatica in un tronco). La prima parte ha una larghezza di circa 2,5 mt, poi incomincia a restringersi in quanto la zona presenta una conformazione planimetrica alquanto accentuata. Verso la fine, sul lato opposto della “pioppaia”, si incontra uno slargo denominato “acqua dei faggi” che costituisce il punto più basso del parco (550 mt), proseguendo per 100 mt si ci innesta sull’F2.

Questo sentiero presenta una peculiarità dovuta principalmente alla sua posizione rispetto agli altri. Infatti lungo i margini è possibile ammirare una vegetazione tipica dell’ambiente umido che ha come emblema la Felce Maschio e la Lingua Cervina. Anche se l’estensione del bosco è abbastanza contenuta, l’orografia e la posizione che occupa, originano dei microclimi che rendono naturalisticamente interessante questo luogo.

 

Lunghezza del percorso: 1.500mt (1,5 Km)

Larghezza: prima parte 2,5 mt- restante parte 1,5 mt (mulattiera)

Tempo di percorrenza: 1h e 30’

Dislivello: 90 mt.

 

DOMENICA 23 OTTOBRE

ORE 9:00 Ritrovo a Carpineto (incrocio tra via San Michele e via R. M. Galdieri).

ORE 9:30 Partenza con le navette fino alla “Prima Cappella” e passeggiata a piedi verso il Santuario di San Michele di Mezzo.

ORE 11.00 Arrivo al Santuario e visita della grotta. Laboratori per i più piccoli.

ORE 12:00 Pranzo al sacco

ORE 12:30 Partenza e discesa a piedi verso Carpineto.

 

SABATO 29 OTTOBRE

ORE 8:30 Punto di raccolta Navetta parcheggio davanti Scuola A. De Caro di Lancusi.(Per i bambini)

ORE 9:00 Ritrovo presso l’Oasi Naturalistica Frassineto

L’area Frassineto è percorsa da quattro sentieri (F1-F2-F3-F4) e al suo interno sono presenti spazi attrezzati ed aree per la sosta e punti di osservazione della natura, con tavoli e panche in legno.

ORE 9:30 Partenza per il sentiero F4 (L’escursione è seguita dalle guide di Legambiente Irno – ci saranno guide per il sentiero degli adulti e guide per il sentiero dedicato ai bambini per i quali sono inoltre previsti laboratori didattici).

ORE 12.30 Pranzo al sacco

ORE 13:30 Ritorno con navetta dal punto di arrivo del sentiero.

Sentiero F4:

Il sentiero F4, di recente realizzazione, consente al visitatore di conoscere zone limitrofe all’area naturalistica del Frassineto. Si presta bene per coloro che amano camminare e osservare la natura. Si parte dal sentiero F2 bis (630 mt), si attraversano castagneti con esemplari secolari e ci si ritrova, dopo un paio di chilometri, su una strada carrabile che porta direttamente al punto più basso dell’intero territorio (390 mt) indicato come Madonna del Vallone, per la presenza di una chiesa dedicata alla Madonna del Loreto. Salendo per una mulattiera si giunge ad una sorgente stagionale nota come “acqua del cannolicchio”, proseguendo s’incontra una “tufara”, dopo circa 20 minuti di cammino, si arriva all’ “acqua dei faggi”.

 

Lunghezza del percorso: 5.000 mt (5 Km)

Larghezza: 2,5 mt  sentiero/ 4-5 mt asfaltato/ 1,5 mt mulattiera

Tempo di percorrenza : 3 h

Dislivello: 200 mt.

 

DOMENICA 30 OTTOBRE

ORE 9:00 Ritrovo a Carpineto (incrocio tra via San Michele e via R. M. Galdieri).

ORE 9:30 Partenza con le navette fino alla “Prima Cappella” e passeggiata a piedi verso il Santuario di San Michele di Mezzo.

ORE 11.00 Arrivo al Santuario e visita della grotta. Laboratori per i più piccoli.

ORE 12:00 Pranzo al sacco

ORE 12:30 Partenza e discesa a piedi verso Carpineto.

Eventi

LA MUSICA

L’Irno Etno Folk Festival ci condurrà alla scoperta della musica popolare ed etno folk del Sud Italia, con gruppi provenienti dalla Campania, dalla Puglia, dalla Basilicata e dalla Calabria, che porteranno sul palco e nelle piazze la loro musica e la loro energia.

Tanta musica e tanto divertimento, ma non solo… La cultura della musica popolare si pone come il tentativo sia di fornire strumenti di “decodifica” di una cultura “altra”, sia di valorizzare la cultura popolare agli occhi degli stessi portatori della tradizione, invogliando soprattutto i giovani a non recidere i legami con la propria storia, le proprie radici, la propria musica, la propria danza, il proprio modo di rapportarsi con il mondo, la propria identità.

Da un punto di vista storico, la musica folclorica tradizionale è riconoscibile da alcune caratteristiche:

  • trasmissione orale: prima del XX secolo, contadini e operai erano generalmente analfabeti e l’acquisizione delle canzoni era affidata alla loro memoria, senza la mediazione di libri, registrazioni o altri mezzi di trasmissione.
  • relazione con la cultura nazionale: la musica folclorica tradizionale è spesso legata a una particolare cultura, generatasi in una particolare regione o nazione. I contesti potevano essere dei più disparati e, spesso, il valore identitario diveniva centrale nei gruppi di immigrati, per i quali la musica folklorica assumeva la funzione di aggregante sociale. Per le società di immigrati come i greco-australiani, i somalo-americani o i punjabi-canadesi ed altre ancora suonare la propria musica rappresentava lo sforzo di marcare una differenza con la cultura dominante del luogo in cui si trovavano, imparando canzoni e danze dei loro padri e dei loro luoghi di provenienza.
  • commemorazione storica e di particolari periodi dell’anno: in specifici giorni dell’anno, come la Pasqua, la festa dei lavoratori o il Natale, alcune particolari canzoni scandiscono il ciclo dell’anno. Anche i matrimoni, i compleanni ed i funerali possono essere caratterizzati da canzoni o danze o particolari costumi. Gli eventi religiosi sono spesso accompagnati da componenti di musica folklorica e la musica corale viene spesso eseguita da cantanti non professionisti ed il trasporto emozionale non sempre è legato alla qualità estetica della musica.
  • abitudinarietà: le canzoni sono state eseguite per lunghi periodi di tempo e per molte generazioni.

Di conseguenza sono spesso presenti le seguenti caratteristiche: no copyright, contaminazioni fra culture e assenza della funzione commerciale della musica.

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LE DANZE

L’Italia possiede un patrimonio culturale molto ricco, che comprende anche danze tipiche che si rifanno alla tradizione popolare nazionale e che racchiudono lo spirito e la vitalità che contraddistingue il Bel Paese nel mondo.

La più famosa danza popolare italiana è probabilmente la tarantella, che nasce nella regione della Puglia e fu il ballo per eccellenza del Regno delle due Sicilie. Prende il nome dai rituali in uso in passato atti a scongiurare e guarire il morso dato dalla tarantola, ragno velenoso tipico di queste zone climatiche. Si credeva che chi era stato morso dal questo aracnide dovesse saltare, correre e agitarsi in modo da poter espellere col sudore il veleno ed evitare di contrarre una malattia chiamata Tarantismo. Questo provocava convulsioni, palpitazioni, dolori, crisi epilettiche ed è tuttora catalogato come fenomeno isterico convulsivo. A tutto ciò fu associata una musica che, insieme alla danza, era in grado di velocizzare il processo di guarigione, a mo’ di esorcismo. In seguito, la tarantella venne elaborata in modo da essere praticata durante festività religiose e ricorrenze, alla stregua di un vero e proprio ballo popolare.

La tarantella ha sviluppato nel tempo diverse varianti, ognuna associata ad una zona geografica diversa, come Calabria, Abruzzo, Sicilia, Molise, Basilicata, raggiungendo una forma ancora più specifica a Sorrento, Napoli, Montemarano, Cilento e Gargano. I comuni, le province e la Regione Puglia da tempo finanziano un progetto importante per preservare il passato danzante locale: il festival di musica chiamato Notte della Taranta promuove ogni anno in agosto il folclore regionale partendo da questo famoso ballo popolare. Si svolge nel Salento, zona in cui si presume sia nata la tarantella, che però si è diffusa in molte altre regioni italiane.

La pizzica-pizzica (comunemente pizzica) è originaria anch’essa del Salento, e nonostante faccia parte della famiglia delle tarantelle, ha origini ben più antiche; oggi, pizzica e tarantella sono talmente simili che è praticamente impossibile distinguerle. L’elemento che più caratterizza la pizzica-pizzica è il fazzoletto, simbolo d’amore concesso dalla donna all’uomo: la forte valenza simbolica sottolinea il carattere sensuale della danza, utilizzata soprattutto come rituale di corteggiamento. La variante chiamata pizzica-scherma è molto originale e nacque più a sud: mimando il combattimento fatto con i coltelli, è meglio conosciuta sotto il nome di Danza delle spade ed è ad appannaggio esclusivamente maschile. La pizzica d’acqua è lo stile nato a San Vito dei Normanni, in cui si credeva che per liberarsi dal veleno mortale di una tarantola acquatica bisognasse danzare, appunto, nell’acqua.

Una variante interessante della tarantella pugliese è quella ballata nella cittadina di Montemarano, in provincia di Avellino. Col tempo, i suoni generati dai tradizionali strumenti suonati durante la danza (tamburello, un piccolo oboe chiamato ciaramella e le castagnette, simili alle nacchere) furono sostituiti da ritmi figli di improvvisazione e originalità, tanto da mutare il nome di tarantella montemaranese in tarantella jazz, dove questo termine rimanda al carattere sempre diverso delle melodie suonate. Questa tarantella viene ballata e suonata ancora durante il celebre carnevale cittadino.

La tammuriata è invece un ballo tipico della zona di Amalfi e Caserta, anch’esso assimilabile alla famiglia delle tarantelle, in cui è tipico l’uso di tamburi (da cui il nome), campanelli e strumenti a percussione tradizionali (triccheballacche, putipù, scacciapensieri, scetavajasse).

La regione della Calabria risponde con la viddaneddha (detta anche tarantella reggina, diffusa nella città di Reggio Calabria) e con la tirantella (ballata in tutta la regione), evidentemente appartenenti alla vasta famiglia delle tarantelle. La prima nacque come rituale di corteggiamento ma viene tuttora praticata durante le feste principali, come quella in onore della Madonna della Consolazione. I passi sono molto veloci e richiedono una forma fisica notevole: vengono chiamati, in dialetto, taggjiapassu. Sono suonati strumenti quali la fisarmonica, l’organetto e la zampogna, tutti elementi della tradizione sonora del meridione d’Italia. La tirantella introduce (oltre i vari tipi di zampogna) la lira calabrese, strumento a corda molto antico ma che viene ancora suonato in questo tipo di musica; questa fa sottofondo ad occasioni religiose e, all’interno della ruota composta dai ballerini, si esibisce una coppia per volta.

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Rilevazione della soddisfazione


Parte 1 Dati Generali


Età

Sesso
 Maschio Femmina

Nazionalità

Professione

Status
 Celibe/Nubile Coniugato

Numero di figli

1. Come sei venuto a conoscenza dell'evento "Irno Etno Folk Festival"
 Locandine Canali web (Social Network,TV) Passaparola (amici, conoscenti, persone del posto) Altro

2. Qual è la tua regione di provenienza?

3. Qual è la tua provincia di provenienza?

4. Per la partecipazione all’evento, hai pernottato sul territorio?
 SI NO
5. Se si per quante notti?

6. Se si, indica la località di pernottamento (es. Fisciano)


Parte 2 – Valorizzazione del territorio

Esprimi una valutazione da 1 a 5, secondo la seguente scala di valutazione:
1 (per nulla soddisfatto) 2 (poco soddisfatto) 3 (abbastanza soddisfatto) 4 (soddisfatto) 5 (molto soddisfatto)

1. Quanto ritieni che la partecipazione all’evento “Irno Etno Folk Festival” abbia contribuito ad accrescere il tuo livello di conoscenza sulla cultura e sulla storia del territorio?
 1 2 3 4 5

2. Quanto ritieni che la partecipazione all’evento “Irno Etno Folk Festival” abbia contribuito ad accrescere la tua conoscenza sulle tipicità enogastronomiche del territorio?
 1 2 3 4 5

3. Quanto ritieni che la partecipazione all’evento “Irno Etno Folk Festival” abbia contribuito ad accrescere il tuo livello di conoscenza sulla musica (popolare ed etno folk) del Sud Italia?
 1 2 3 4 5

4. Complessivamente, quanto sei soddisfatto del livello di conoscenze acquisite?
 1 2 3 4 5


Parte 3 – La manifestazione

Esprimi una valutazione da 1 a 5, secondo la seguente scala di valutazione:
1 (per nulla soddisfatto) 2 (poco soddisfatto) 3 (abbastanza soddisfatto) 4 (soddisfatto) 5 (molto soddisfatto)

1. Valutazione generale dell’evento “Irno Etno Folk Festival”:
 1 2 3 4 5

2. Valutazione delle sedi di svolgimento degli eventi:
 1 2 3 4 5

3. Valutazione sulla qualità dei prodotti offerti:
 1 2 3 4 5

4. A quale attività hai partecipato?
 Percorsi Naturalistici Percorso Enogastronomico Laboratori (es. musica) Fattoria Didattica Volo dell'Angelo Eventi Musicali

5. Valutazione sull'organizzazione dei Percorsi Naturalistici (rispondi solo se hai partecipato)
 1 2 3 4 5

6. Valutazione sull'organizzazione dei Percorsi Enogastronomico (rispondi solo se hai partecipato)
 1 2 3 4 5

7. Valutazione sull'organizzazione dei Laboratori (rispondi solo se hai partecipato)
 1 2 3 4 5

8. Valutazione sull'organizzazione della Fattoria Didattica (rispondi solo se hai partecipato)
 1 2 3 4 5

9. Valutazione sull'organizzazione degli Eventi Musicali (rispondi solo se hai partecipato)
 1 2 3 4 5

10. Qual è l'attività che hai preferito tra tutte? (seleziona una sola opzione)
 Percorsi Naturalistici Fattoria Didattica Percorso Enogastronomico Laboratori (es.Musica) Volo dell'Angelo Eventi Musicali

11. Parteciperesti di nuovo all'"Irno Etno Folk Festival" ?
 SI NO Forse

12. Cosa suggerisci per migliorare l'organizzazione dell'evento?

Contatti

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Irno Etno Folk Festival è il racconto della viva cultura popolare e locale dell’Irno, attraverso itinerari, musica, eventi e sapori, con l’accoglienza e le emozioni di una terra che svela lentamente la sua speciale anima. Una terra viva che offre un patrimonio culturale, naturalistico e artistico molto suggestivo.

Il festival alla sua prima edizione ci condurrà alla scoperta della musica popolare ed etno folk del Sud Italia, con gruppi provenienti dalla Campania, dalla Puglia, dalla Basilicata e dalla Calabria, che porteranno sul palco e nelle piazze la loro musica e la loro energia.

Tanta musica e tanto divertimento, ma non solo. Il Festival ci condurrà alla ricerca di esperienze nuove ed uniche, in un mix emozionale incentrato sul vivere e non semplicemente sul visitare i luoghi e la natura incontaminata.

Lingue, tradizioni religiose e sociali, canti, musiche, danze, celebrazioni e abilità artigianali distinguono le diverse culture tra loro e meritano di essere preservate, conosciute e valorizzate.

Irno Etno Folk Festival è tradizione e innovazione, identità e cultura, musica e colore, natura e bellezza.

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